Scrivo questo post da un treno affollato. Purtroppo non importano stazione di partenza e destinazione: lo scenario che sto vivendo appartiene a moltissime persone, i pendolari. Una definizione tristemente azzeccata, quelli che come un pendolo ogni giorno coprono sempre esattamente la stessa distanza per raggiungere il luogo di studio o lavoro da casa per rifarlo in direzione opposta e poi ripartire l’indomani. Una pausa nel week-end e poi si ricomincia.Io non sono una pendolare, ma spesso i miei disordinati itinerari mi portano ad incrociare tragitti e destini con loro.

È successo anche oggi, un venerdì. Sono arrivata in stazione una ventina di minuti prima della partenza del treno, ma vagoni e finestrini già straripavano di braccia, zaini, schiene e sguardi rassegnati. Camminavo allontanandomi lungo il binario sperando che verso i vagoni più lontani sarebbe stato possibile se non sedersi, almeno viaggiare con qualche porzione di aria in più. Invece no. Questa stessa scena un paio di settimane fa mi aveva fatto desistere a favore di un treno più caro e più vuoto, con una sensazione di sconfitta. Oggi no, volevo riuscire a salire proprio su quel treno. Al penultimo vagone ho sorriso al senegalese seduto sul gradino dove avrei dovuto accedere per montare sul treno. Mentre si “scostava” coprendo una distanza impercettibile, ho cercato un centimetro di spazio sul pavimento per poggiarvi almeno solo la punta di un piede. Così via, passo dopo passo, ho scavalcato persone, bagagli, mani, piedi, panini, telefonini, cuffiette, bambini ed adulti appollaiati sulle loro borse, fino a identificare un angoletto dove poter stare in piedi.
Un piccolo cuneo tra il sedile singolo del viaggiatore accanto a finestrino e la porta di ingresso al vagone, quella che si apre solo da un lato (generalmente quello opposto) e sul cui vetro campeggia l’immagine del divieto di fumo e il 2 o l’1 della classe. Anche il mio zaino ha rimediato un appoggio, gentilmente offerto dalla donna in piedi vicinissima a me che ha fatto spazio accanto all’enorme valigione rosso che sporgeva minacciosamente dal ripiano portabagagli sulle teste dei passeggeri.
Il treno è partito con 10 minuti di ritardo e dopo 30 minuti io già avevo esaurito tutte le tecniche di astrazione, meditazione, concentrazione possibili. Provavo a muovere le gambe lentamente, immaginando dopo quanti secondi sarei arrivata a toccare un altro sfortunato passeggero nelle mie stesse condizioni: non ho mai superato i tre secondi.
In circostanze estreme come questa, anche scambiare qualche parola diventa uno sforzo oppure una pratica inopportunamente intima. A soffrire con me c’erano tutte le età e (quasi tutte) le classi sociali. Giacche e cravatte, felpe, mocassini lucidi e scarpette di tela, mani rugose con la fede infilata a dita una volta evidentemente più molto sottili, polsi tozzi o ingioiellati. Riviste di gossip, dispense universitarie, libri, ebook, parole crociate, fumetti. Schermi di telefonini.
L’orario e la condizione ci rendevano tutti democraticamente insonnoliti e pazienti, mentre il sole spingeva al calo anche le palpebre più resistenti.
Ho scelto la musica giusta e mi sono ritrovata nei riff di chitarra, mentre a occhi chiusi sentivo il vento dal finestrino nei miei capelli: nulla di romantico, solo un fastidio in più per la malcapitata che mi viaggiava vicino, troppo vicino.
Ogni tanto uno strattone, una parola di scusa, qualche malcapitato che provava ad affacciarsi per trovare un posto impossibile. Alle prime stazioni un borbottio, solo altri che provavano a salire e nessuno che scendesse.

A un certo punto mi sono sentita indicare. Ho messo in pausa la musica e ho incrociato lo sguardo del signore che, fortunato, era seduto di fronte a me. Un signore distinto che avevo già notato prima. Aveva una giacca diligentemente ripiegata sulla borsa appoggiata sulle gambe, una giacca a righe rosse su fondo marrone, la stessa improbabile fantasia dei pantaloni che portava addosso. Capelli con riporto, occhiali di metallo. Dietro quegli occhiali, all’improvviso il suo sguardo ha scelto me tra i tanti, troppi intorno a lui: mi ha indicata con l’indice della mano, mi ha sorriso, si è alzato e con fare cavalleresco ha lasciato che io occupassi il suo posto a sedere.
Francesco Piccolo li chiama momenti di trascurabile felicità.
Incredula, ho sorriso e ringraziato. A differenza di come avrei pensato io, i miei compagni di disavventura non manifestavano invidia. Era come se facesse parte del gioco: oggi tocca a te, domani a me.

Una campagna pubblicitaria li ha chiamati guerrieri, quelli che si alzano alle sei di mattina per trovarsi in piedi nelle condizioni che ho descritto.
Praticano la pace. Esercitano la pazienza. Riescono anche a sorridere e ad essere gentili in condizioni che di umano hanno davvero poco.
Altro che guerrieri.
L’unica cosa che mi è sembrata sensata, dopo aver vinto il mio posto a sedere, è stato scrivere, raccontare questa storia.
Il disagio, la solidarietà, la pazienza, la gentilezza, il dono.
Visto da fuori, sembrava solo un treno affollato in un venerdì.