L’indomani. La notte ancora addosso mentre provo a mettere da parte le emozioni per concentrarmi sulla giornata: l’appuntamento col primario dall’altra parte della città, il dentista di Francesca a pranzo, la pallavolo di Riccardo nel pomeriggio insieme alle visite a studio, la festa serale dai cuginetti, la scheda per la sala operatoria. Aiuto. L’afa di luglio mi aggredisce all’uscita della doccia, è ora di indossare la tutina del supereroe.
9.00 del mattino a Roma, piena estate. Partenza: Pigneto. Direzione: Spinaceto. Sorrido alla rima casuale. Già nel fissare l’orario dell’appuntamento, come al solito, avevo adottato la mezzora di elasticità. «Sai, devo fare il Raccordo… ».

Il Grande Raccordo Anulare. Anello infernale, sai quando ci entri e mai puoi immaginare quando ne vieni fuori. Imprevedibile, imponderabile. Necessita una organizzazione preventiva, come ogni guerra. Strategia difensiva. Per cominciare, moto. L’auto sarebbe un suicidio. Musica nelle orecchie. Un bel respiro… e parto. Bretella della tangenziale, abbastanza scorrevole, si può fare. I primi rallentamenti appaiono già nella corsia di ingresso al raccordo. Brutto segno. Supero agevolmente sulle note di Lucio Battisti, «Sì, viaggiare»… magari riuscirci.

Eccolo qui, il raccordo. È già una lunga striscia di individui imprigionati in carrozzerie multicolori. Muoversi, si fa per dire, dà anche modo di effettuare una piccola osservazione antropologica. È una meravigliosa giornata di sole. Una distinzione salta subito agli occhi: quelli con l’aria condizionata e quelli senza. Tutti uniti dall’immobilità della vettura e, forse, da una tacita rassegnazione. Nessuno ha il motore spento. Sfreccio tra i tubi di scappamento e mi interrogo sulla sostenibilità di tutto questo. Una sostenibilità non solo ambientale, ma esistenziale. Quante emissioni di gas a effetto serra sta producendo questa lunga striscia d’asfalto?Quanto carburante in queste scatolette di lamiera? Quanto inquinamento ha prodotto la fabbricazione dei veicoli e dei loro singoli componenti? Cosa stiamo producendo, cosa stiamo respirando? Pm10, benzene, ozono, tutti i composti organici incombusti e parzialmente combusti, ossidi di azoto, monossido di carbonio, particolati, polveri, fumi neri. Ma non si tratta solo di ambiente.

Sono soddisfatti i guidatori e i passeggeri? Forse quelli con l’aria condizionata di più… e quanto sono consapevoli del prezzo di quella maggiore felicità o, meglio, attenuata infelicità?
Il lungo tratto fino all’Appia è tutto così: le auto sono ferme o procedono a passo d’uomo. Ma di uomo anziano o con vesciche ai piedi. In alcuni momenti mi ritrovo tra due tir, piccola piccola, schiacciata su entrambi i lati. «Ce la faccio», «ce la posso fare».
La corsia di emergenza sulla destra è il pericoloso miraggio di alcuni intrepidi. Immagino i loro pensieri: ci provo, rischio… magari solo per un piccolo tratto, per avere l’illusione di muovermi. Di avere un mezzo con cui spostarmi veramente. Di essere un po’ libera. Ma questa libertà ha un prezzo alto, il ritiro della patente. Sono pochi quelli che ci provano. Tutti gli altri appartengono al mostruoso serpente di lamiere in lentissimo movimento.
La prospettiva dalle due ruote mi offre rapidi flash visivi di sguardi tristi, piedi fuori dai finestrini, conversazioni al telefonino, giornali, radio, qualche litigio, pochissimi i baci. Ci si organizza come si può.
Dopo l’Appia va’ decisamente meglio e finalmente imbocco la Pontina. Prima uscita, Spinaceto e Jovanotti canta «l’ombelico del mondo». No, lui sicuramente non si riferisce a Spinaceto. Allucinazione di cemento. Altre prigioni. Parcheggio la moto, mi tolgo il casco, spengo la musica.

In cielo nemmeno una nuvola. Torno una manciata di ore prima, immaginando quanto possa essere magico quello stesso cielo all’incontro con la linea dell’orizzonte, sul mare. Un sospiro ed entro nella celletta di cemento assegnatami questa mattina.
Dopo qualche ora la riunione finirà e, di nuovo, il Grande Raccordo Anulare.