«Hai visto il mandorlo in fiore nei giardini accanto all’ingresso dell’Aventino?»
Così recitava l’sms ricevuto da Ilaria nel corso dell’ennesima, noiosissima riunione di lavoro: l’aria era piena di parole, il loro senso le sfuggiva, tutti sembravano concentrati sulla parte che era stata loro assegnata, in comune avevano un’aria di efficienza, una «facciata» di efficienza che spesso la faceva sentire un’aliena.
Aveva tolto la suoneria al suo cellulare e, dopo aver sentito la vibrazione che la avvertiva dell’arrivo di un messaggio, aveva un po’ temporeggiato, gustando l’attesa, assaporando una squisita acquolina. Sperava, infatti, che si trattasse di un messaggio del suo uomo….che poi, proprio «suo», non poteva dirsi, considerando che era sposato e padre di due figli.
Assumendo un’aria seriosa (sopracciglia leggermente aggrottate, labbra un po’ in fuori e espressione turbata ma non troppo), aveva preso il telefono e letto quello strano messaggio, senza firma, senza
numero di provenienza.
Era uno scherzo? Qualcuno si era sbagliato? Lui aveva finalmente avuto un pensiero romantico?
Un mandorlo in fiore… idea di primavera, poesia e freschezza: praticamente, tutto il contrario della situazione in cui si trovava, in un grattacielo di cemento con i colleghi finti come le piante e le riproduzioni impressioniste alle pareti. Per un momento, grazie a quel messaggio, ebbe la sensazione di colori e profumi, di sprazzi di natura, di ricordi di umanità. Intorno a lei, ali ripiegate in divise seriose, risate seppellite nel doppio petto, deltaplani a forma di utilitarie, serenate d’archi nascoste in clacson impazziti. Un rumore di sedie che venivano spostate la riportò bruscamente alla realtà della riunione che finiva. Un’altra oretta di sofferenza e avrebbe potuto scappare: proseguire altrove l’attesa di un messaggio, con la speranza di un incontro per rubare un po’ di amore, per trovare la forza di affrontare l’attesa successiva con un nuovo ricordo ad alimentare le sue illusioni.

Uscendo dall’ufficio, si ritrovò nel traffico di una Roma sconvolta dalle riunioni dei grandi del pianeta che si svolgevano proprio in quei giorni, non lontano da lei: a quel caos fatto di misure di sicurezza e parate d’onore preferiva senz’altro quello più eterogeneo e spontaneo delle manifestazioni per la pace che si tenevano in contemporanea. Sull’autobus riuscì a sedersi, prese «Se una notte d’inverno un viaggiatore» e si immerse nella lettura di quel libro che sembrava osservarla mentre leggeva, partecipando al gioco di altri lettori che, come lei, ci erano cascati.

«La corsa finisce qui!» urlò il conducente: si rese conto che l’autobus aveva deviato il suo abituale percorso ed ora si trovava a metà strada tra ufficio e casa – zona manifestazione. Le strade erano affollate da un corteo coloratissimo e festoso che si avviava verso la piazza dove si sarebbe svolto il concerto. Non aveva voglia di pensare a come ritornare a casa, dove l’aspettavano solitudine e ancora attesa. Sembrava che la metro funzionasse, ma per arrivarci doveva attraversare la piazza… ma sì! Decise di avventurarsi, di «trasformare il problema in opportunità», faticosissimo slogan della sua vita: d’altra parte, se non fosse stata necessaria la sua presenza a quella riunione, sarebbe andata alla manifestazione. Evidentemente era destino.
Scese dall’autobus e si fece portare dalla folla verso la piazza, ma dopo poco già sembrava che non fosse più possibile muovere un passo: infatti, si udivano le prime note, la strada era gremita e riusciva a vedere il mega schermo. Si guardò attorno per trovare un posto comodo o un gruppo a cui unirsi: solo allora si accorse di trovarsi esattamente davanti all’ingresso dell’Aventino.
Ebbe una specie di sussulto interiore, pura Emozione: mentre svanivano i suoni, si lasciò rapire dal silenzio di quell’albero, così maestoso e così semplice, fuori luogo eppure vitale, proprio come lei. La sua attesa finì in quell’istante, un sorriso nuovo e vero le sgorgò dall’anima, affiorandole dolcemente sulle labbra. «Pa-ce! Pa-ce!».

Si, proprio così.
Pace.