Non era facile da leggere, Umberto. Schivo, un po’ misantropo, preso per intero dal suo lavoro, le sue passioni e i suoi selezionati affetti, non concedeva volentieri ad altri né tempo né attenzioni. Un qualche piccolo tratto di strada, tuttavia, insieme lo abbiamo percorso anche se per strade agevoli: le vacanze, il tempo libero, le chiacchiere a tavola. Poco, si direbbe, per orientarsi nell’abisso di un’altra mente, per tracciarne un’immagine, per azzardarne un profilo.

Ma poi, a pensarci bene, sono proprio queste le occasioni migliori per conoscere gli altri, quando si dismettono le divise, quali che esse siano, e si vivono insieme momenti di libertà, senza che si frappongano schermi o convenzioni. Mi concederete, allora, di parlare di lui per aneddoti; cose minime, naturalmente, istantanee senza logica né morali. Sfogliando l’album di ricordi un po’ datati, sicuramente molto lontani dalla tentazione celebrativa, che, come me, avrebbe di certo detestato. Perché la retorica non gli apparteneva, questo è certo; sembrava, anzi, che la vita giocasse con noi nel trasformare in farsa le vicende vissute in comune, di sicuro senza che fossimo noi a volerlo.

Chi dei fortunati presenti del tempo non ricorda, ad esempio, la vacanza a S. Teresa di Gallura, ospiti del primario Hotel Capo Testa? Struttura non priva di eleganza, anche con qualche pretesa di formalità, che ci accolse con gioioso garbo e ci congedò con non trattenuta felicità. Inutile tratteggiare tutta intera la tribù che occupò, se non ricordo male, quattro appartamenti della ridente struttura, purtroppo appena inaugurata.

Le bambine fecero allegra ala al nostro ingresso, aperto dal mio incedere faticoso, principalmente a causa di talune recenti ferite procuratemi in un rovinoso incidente d’auto occorsomi un paio di mesi prima, e dal peso della mia moglie del tempo, anch’essa coinvolta nel medesimo incidente, che, oltre a tagli ed ematomi, esibiva una pesante ingessatura che le copriva l’intera gamba sinistra, e che andava, quindi, trasportata a braccia. Umberto e Antonio trascinavano, con ostentata indifferenza, alcune bisacce maleolenti, che ad un occhio, ma più ancora ad un naso, attento, avrebbero svelato attrezzature da pesca e, come potei poi constatare, non so quale tipo di esca viva, origine e causa del lezzo che ci avvolgeva. Il resto del gruppo distribuiva sorrisi. Ci accettarono.

Alla sera, a tavola, ebbe inizio la guerra del vino e dei pomodori. Umberto, nostro portavoce, ebbe un bel chiedere vino fresco e pomodori tagliati orizzontalmente. Venimmo ignorati; anzi, visto l’andazzo e le urla che provenivano dalla cucina considerammo una fortuna il poter concludere il pasto. Né andò meglio il giorno successivo: vino caldo e pomodori tagliati in verticale. Le proteste di Umberto salirono di un’ottava.

Il pomeriggio di quel primo giorno trascorse in una lunga trattativa con tale Virdis che di malanimo, lo capimmo in seguito, e dopo dettagliati accordi, ci concesse a nolo il suo gozzo per le battute di pesca dei giorni successivi. Poi tutti in piscina. Fu allora che Umberto camminò sulle acque.

Lui sonnecchiava sulla sdraio, preparandosi allo scontro della sera con i camerieri, quando l’infanta Bianca pensò di alleviargli la calura rovesciandogli addosso un recipiente di acqua fredda. Fece in tempo a scappare, Bianca, inseguita dal padre e dalle sue urla, e a tuffarsi in piscina. E per alcuni istanti irreali, sospeso nell’aria, sfiorando l’acqua, Umberto continuò a inseguirla, correndo, o almeno muovendo le gambe nel vuoto come se corresse, prima di precipitare. La cosa ci valse una immediata popolarità presso gli altri ospiti.

A tavola gli scontri tra camerieri aumentavano d’intensità, mentre il vino restava caldo e i pomodori tagliati male. E poi fu notte e poi fu giorno; anzi: alba. Tra gli arnesi, infatti, cui Umberto non aveva voluto rinunciare e con i quali, incurante di ogni cosa, aveva reso più confortevole il suo appartamento, c’era, com’è ovvio, un fornello, non fornelletto, alcune pentole e una caffettiera. Fui svegliato alle 5 e mezza dal suo sommesso bussare alla porta: il caffè era pronto e dopo una decina di minuti si partiva. Il caffè era buono. Il mio umore, meno.

Prendemmo il largo, sul gozzo di Virdis, sino a perdere di vista la terra. Fu lì che ebbe inizio la più grande battuta di pesca alla perchia che la marineria italiana ricordi. Si calava e si tirava subito su: perchie, solo perchie, sempre perchie.

L’amo non faceva in tempo a toccare acqua che c’era già un pesce attaccato: una perchia. Francamente, dopo un’oretta cominciai ad annoiarmi; loro no, pescavano e basta.

Avevo anche un po’ fame, per cui mi parve logico, per combattere noia e sonnolenza, dar di mano, di tanto in tanto, al cartoccio delle acciughe salate, che usavamo come esca. Un’acciuga, un sorso di vino e mi appisolavo, fingendo di pescare. Dormivo con la lenza assicurata alla barca quando venni svegliato da urla concitate: Umberto urlava con Antonio accusandolo di aver fatto cadere le esche a mare. Fui costretto ad ammettere di esser stato più veloce delle perchie a finire le acciughe. Non c’era più esca.

Rientrammo in un silenzio cupo che, nei miei confronti durò sino a sera. Non ci furono altre rimostranze, ma a pesca non fui più ammesso. Altri eventi segnarono quell’epopea, ma non posso tacere, in fine, del sublime gesto che pose fine alla guerra del vino e dei pomodori, quando, al quarto giorno, facemmo un’entrata solenne in sala da pranzo: io con l’inabile sulle spalle e Umberto che ostentava una grande ghiacciaia, con bottiglie di vino, cavatappi e pomodori. Il vino venne stappato con rumore, i pomodori messi in tavola e platealmente affettati come si deve, mentre l’imbarazzo prima e le concitate proteste poi, del maître in doppiopetto crema, che aveva perduto molto del suo sussiego, si infrangevano contro la silenziosa indifferenza di Umberto. La sala applaudì. Vorrei terminare questo ricordo per aneddoti con una storia senza storia, che mi pare, tuttavia, dipinga lo stile e illustri, più di ogni ufficialità, il rispetto che circondava Umberto.

Andava spesso, con Antonio, a pesca a Palinuro. Ma andava anche, come diceva, “a portare la legge al di là del Pecos”. Arrivava nel pomeriggio, riposava un po’ a casa Palumbo, il referente della comunità di pescatori locali, poi sedeva al tavolo nella stanza da pranzo buona e si dava inizio all’udienza. Fuori, in attesa c’erano ogni volta decine di persone, che venivano anche da altri paesi. Venivano, per così dire, in coppia: vicini in lite, a volte da anni, per questioni di confine, parenti divisi da litigi ereditari, venditori e compratori in disaccordo sul contratto, e cosi via. Tutti troppo poveri, o troppo lontani dal mondo, per potersi permettere avvocati e tribunali. Portavano chi un po’ d’olio, chi un salame, chi altre cose del genere, che venivano affidate alla padrona di casa. Le parti venivano introdotte, di volta in volta, alla presenza di Umberto e esponevano le proprie ragioni. La moglie di Palumbo fungeva da usciere-cancelliere, Antonio da giudice a latere, con il vecchio padrone di cassa che assisteva silenzioso, mai una parola, godendo del riverbero d’autorità e prestigio. Umberto ascoltava, chiedeva chiarimenti e poi, un sorso di vino, e emetteva, lì, di fronte alle parti e sul momento, la sentenza.

Per anni essa è stata sempre accettata da tutti, senza altri strascichi e con la fine di ogni contenzioso. Si andava avanti sin tanto che c’era gente. Poi cena e sonno. All’alba del giorno dopo usciva a pesca. Credo che questo, più d’ogni parola, dia il senso di una sua personale autorevolezza che non gli derivava da cariche o dal suo rango nella società. Non ha mai preso una lira, e credo nessuno si sia mai arrischiato a pensare di offrirgliene, non cercava voti o consensi e, per quello che ne so, non era neanche gratificato dalla vicenda. La faceva e basta, perché era lì, perché lo riteneva giusto, perché lo stimavano e ne rispettavano la sapienza giuridica e il buon senso, senza mai, peraltro che venisse superata l’indefinibile barriera che avvertivano esistere tra quell’uomo, le sue funzioni e le loro vite, grati del tempo e dell’attenzione che loro dedicava. Nella vita era “il Presidente”. Lì era “il Giudice”. Un uomo difficile da leggere, Umberto. Esigeva rispetto senza sbracciarsi e senza richiami al suo rango nella società; era un suo modo di essere tanto naturale da essere avvertito più dagli altri, si può dire, che da se stesso.

Una innocente manifestazione di ciò che intendo fu evidente nelle parole della sua figlia più piccola che, invitata a descrivere il padre in uno dei suoi primi temi alle elementari, così scrisse: “il mio papà per professione fa il pescatore e per hobby il magistrato”.