Il Limoncello

Ingredienti

12 limoni di media grandezza (verdi o gialli, anche i posteri ne discuteranno)

1 litro di alcool etilico 95%

1 litro di acqua

1Kg/700 gr/350g (dipende dalle generazioni) di zucchero

A Settembre, prima di lasciare la costiera amalfitana per il rientro a scuola, i tre mesi di vacanza si concludevano per adulti e ragazzini nella frazione di Novella, tra gli agrumeti del Valico di Chiunzi dove la zia Luciana aveva “la terra”. Era il primo atto della produzione del limoncello.

Noi cuginetti tra i 6 e i 16 anni venivamo divisi in squadre: i più grandi si arrampicavano sugli alberi per raccogliere i frutti più alti, mentre i più piccoli, invidiosi, puntavano sul numero, essendo autorizzati a prendere solo i limoni accessibili dalla loro altezza. C’erano almeno un centinaio di alberi che oggi ricordo altissimi, ma io appartenevo alla squadra della quantità e nel ricordo dei piccoli cose e persone sono sempre giganti rispetto alla realtà.

Esistevano due scuole di pensiero a proposito del giusto colore di limoni per il limoncello migliore e corrispondevano ai due colori disponibili sugli agrumi della terra di zia Luciana: verdi e gialli. Zia Carmelina, classe 1903, la capostipite del limoncello, optava per i limoni verdi. Ed era proprio a lei che faceva riferimento, manco fosse la Bibbia, la sua discendente Lella mentre perorava a favore del limone verde con sua sorella Antonella che, invece, amava sperimentare.

“Antonella, se c’è una regola la devi rispettare!”, proclamava Lella, sorella maggiore.

“Lella, chi se ne frega delle regole: il mio limoncello è squisito di qualunque colore sia!”, rispondeva orgogliosa la minore.

Su una cosa erano d’accordo: “ Qualunque sia il tipo di limoni, il limoncello di Luce non si può mai bere”. Luce era la loro cognata, moglie del mio adorato zio Mario. Abituato alle schermaglie delle due sorelle, stava al gioco, mentre sua moglie assumeva l’aria da martire che non commuoveva più nessuno.

Mentre noi raccoglievamo decine di ceste di limoni di tutti i colori, i grandi si godevano il fresco sotto l’incannucciata leggendo o chiacchierando. Dalla cucina provenivano profumi e voci, un chiacchiericcio dolce che ogni tanto si interrompeva per urlare a qualcuno di noi di raccogliere basilico, prezzemolo o altro a seconda della pietanza in preparazione.

Il nostro raccolto veniva analizzato con cura e poi ogni famiglia prendeva la sua parte e la disponeva nell’angolo del bagagliaio dell’auto lasciato apposta sgombro.

“È pronto a tavola!”, la dichiarazione che oggi più mi manca, veniva pronunciata da una Zietta piccola piccola sotto un enorme pentolone fumante che depositava su una colorata tavola a forma di ferro di cavallo, con i più piccoli ad occuparne un lato.

Sembrava domenica e forse lo era, anche se per i ragazzini in vacanza il calendario non esiste. All’ora di pranzo la tavolata dei grandi ospitava quattro generazioni, dalla neo bisnonna ai primi pronipoti. Ricordo la spensieratezza del mio tavolo dei piccoli, al centro della valle affacciata sul mare.

Al rientro, dopo aver messo a posto tutto (immediatamente, altrimenti mamma chi la sentiva!), la serata si trascorreva tutti insieme a lavare limoni. Man mano che crescevamo, i nostri compiti si facevano più arditi e alle prime uscite con le amiche corrispondeva l’autorizzazione a inforcare il pelapatate per asportare quasi chirurgicamente la parte di buccia “senza il bianco, altrimenti poi è amaro”. La montagna di bucce veniva immediatamente posta ad annegare nell’alcool per liquori in un enorme contenitore cilindrico dal grande tappo in sughero per evitare che evaporasse. “Il bambino”, come papà affettuosamente chiamava quel gigantesco totem, veniva messo al buio nell’armadio che ospitava la biancheria e nelle tre settimane successive chiunque si trovasse a prendere un asciugamano al volo si sorprendeva e urlava “Uh! Il bambino!”.

 

Episodi simili si verificavano a casa della nonna, dei cuginetti e della parentela unita dal nostro limoncello molto più che dal sangue. La nonna non aveva un solo “bambino”, ma molti contenitori tutti uguali e più piccoli che conservava nella madia che oggi custodisce le mie conserve. Zia Antonella, senza regole, ogni anno adottava contenitori e luoghi diversi. Zia Luce non importa, tanto il suo limoncello comunque non si poteva bere.

Dopo tre settimane tutto era pronto per la fase finale. Far bollire quantità di acqua pari a quella dell’alcool e aggiungere lo zucchero. La quantità di zucchero per il limoncello perfetto è tuttora oggetto di lunghissime conversazioni e confronti tra i gusti e le sperimentazioni delle generazioni successive, quelle dei miei figli e dei miei nipoti. Più passa il tempo, più si va verso l’amaro – senza metafora.

La generazione dei miei genitori aveva ridotto da un chilo a 700 grammi la quantità per litro d’acqua + litro d’alcool. Io l’ho drasticamente calata a 350 grammi, inutile specificare che per mamma è troppo amaro. Chissà se insieme a figli e nipoti non crescerà, di nuovo, anche lo zucchero nel limoncello.

Sul resto del procedimento nessun conflitto: lo zucchero si aggiunge all’acqua non appena si spegne il fuoco dopo il bollore e poi si lascia riposare fino a che raggiunge la temperatura dell’ambiente. Poi si aggiunge, filtrandolo, l’alcool impregnato di limoni, si imbottiglia e un primo campione della produzione viene ficcato in freezer con speranza e orgoglio in attesa dell’assaggio.

Le prime domeniche d’autunno, la scuola da poco iniziata, ci si ritrovava a pranzo tutti insieme; in ogni casa c’era il limoncello di tutti gli altri insieme al proprio. E a fine pasto ogni volta un confronto, uno sfottò, un sincero complimento, una altrettanta sincera invidia.

Così siamo cresciuti, abbiamo aggiunto con gioia nuovi posti a tavola. Quelli che abbiamo tolto, in un certo senso, non li abbiamo mai davvero tolti.

L’assaggio del primo limoncello di mia nipote, la quarta generazione, ha avuto solennità maggiori di un matrimonio o di una laurea. È stata nonna Lella, in qualità di più anziana del gruppo, ad avere l’onore e la responsabilità del primo assaggio. Quello della sedicenne nipotina Romana era un limoncello completamente fuori dalle regole. Nonna Lella, 81 anni, astemia tutta la vita (neanche l’odore dell’aceto). Manco a dirlo, provate a indovinare quale sia l’unica bevanda alcolica che si concede senza alcun problema.

Con sguardo a metà tra lo scettico e il severo, ha valutato la densità scuotendo lentamente il bicchierino, ha lungamente odorato prima di poggiare le labbra e far scendere delicatamente il primo sorso. Ha deglutito. Ha fatto schioccare la lingua, ma non ha mosso un muscolo.

La tensione cresceva. Serissima, ha rivolto lo sguardo a una Romana ormai imbalsamata, si è sciolta in un sorriso e ha esclamato: “Questa si chiama evoluzione!”