Ho difficoltà a definire Vega un cane. Un esemplare femmina di schnauzer nano nero, rigorosamente privo di pedigree.

Non dipende solo dall’amore e dall’abituale antropomorfizzazione da parte di noi cosiddetti umani con i nostri amici a quattro zampe. Ho sempre rifiutato definizioni come “proprietario” oppure, peggio, “padrona”. Io “la padrona di Vega” e lei “il mio cane”? Proprio no.

Sono sempre stata convinta che pensasse a se stessa come a una persona. Ora che non c’è più, nel ricordo dei tanti, tantissimi, che nel mondo l’hanno conosciuta viene citata con ammirazione, con una qualità di rispetto che si attribuisce solo alle persone anziane e sagge. Alcuni mi riferiscono la sua dignità, altri mi ricordano una sua avventura, altri ancora nel nominarla inteneriscono lo sguardo e abbassano la voce. Incredibile, cosa combina un piccolo cane nero.

Vega ed io abbiamo fatto patti chiari da subito. Amore è libertà. Mai al guinzaglio, tranne quelle due volte all’anno in cui decideva di rendersi disponibile al sesso e gli ultimi mesi in cui non ci vedeva e non ci sentiva più bene.

Non ho mai avuto difficoltà nel farmi seguire.
Vega capiva. Vega, in un certo senso, sapeva.

Da cucciola ha condiviso con me il lavoro in ufficio, le manifestazioni, i cortei, le navi, le riunioni, la musica. È stata clandestina in diverse occasioni: in ospedale a trovare mamma ricoverata, in treno crollando in letargo sotto il mio posto per farsi scoprire dagli altri passeggeri solo all’arrivo a destinazione. Da subito è montata sullo scooter (che ha sempre preferito all’auto), ha partecipato a regate, ha viaggiato su quasi tutti i mezzi immaginabili pubblici e privati, dal treno al traghetto, dalla canoa alla bicicletta, persino il cavallo. Riconosceva la barca a vela e ci saliva con un agile salto dalla banchina alla poppa e tutte le volte in quel suo breve volo io restavo col fiato sospeso immaginandomi pronta a tuffarmi nelle acque del porto per recuperarla. Non è mai successo.

Prendeva molto sul serio una delle sue regole che ho imparato a riconoscere: “dobbiamo stare sempre tutti insieme”. Quando dalla barca tutti si tuffavano in mare correva agitata da poppa a prua guaendo e poi rassegnata si gettava in acqua con l’intenzione di salvarci tutti ma, quasi subito esausta, si aggrappava alle spalle di noi bagnanti per poi accomodarsi sul salvagente e farsi regalmente trascinare verso la scaletta.

La stessa regola la vedeva percorrere, infaticabile, dozzine di volte su e giù il percorso delle passeggiate in gruppo, dal primo all’ultimo, dall’ultimo al primo.

Abbaiava raramente. Solo quando giocava a fare il cane feroce, spesso nelle ore più impensate. Quando per sbaglio restava chiusa da qualche parte solo dopo moltissimo tempo emetteva un “buh” sommesso, ma più che un segnale di richiamo per me sembrava quasi una espressione spazientita, come tra sé e sé.

Naturale conseguenza del suo ritenersi persona, ha sempre ignorato gli altri cani. Ogni volta che lei regalava a me il piacere di una pausa per le sue passeggiate, nella cricca di anziani seduti sulle panchine appena fuori dal portone c’era un isterico barboncino bianco che, alla vista della nanetta nera, cominciava puntualmente ad abbaiare e a dimenarsi come un folle. Gli umani scoppiavano in una risata, il “proprietario” (passatemi il termine) sorrideva come a dire “guarda che caratterino!” e nessuno si è mai chiesto se fosse un atteggiamento utile a far cambiare comportamento al quadrupede impazzito.

Vega non lo degnava neanche di uno sguardo.

Con i gatti, invece, era tutta un’altra storia. Avvertiva una sorta di responsabilità canina nel dover dar loro la caccia, al punto che tra noi ogni forma di vita diversa dalle persone rispondeva alla parola gatto (dagli insetti ai cavalli). Infatti, bastava pronunciare quelle cinque lettere per dar luogo a un’improvvisa postura da cacciatore che si scruta intorno, in circospetto attento monitorare alla ricerca della preda: identificatala, nel caso di un vero gatto, partiva all’inseguimento correndo talmente veloce che nel volo le zampe anteriori e posteriori si toccavano. Una scena perfetta, sino al momento in cui il gatto si fermava. A quel punto, Vega arrestava di scatto la sua corsa, quasi sempre in modo ridicolo e impacciato (talvolta perdendo l’equilibrio per poi far finta di niente) e i due animali rimanevano per un po’ ad osservarsi senza muovere un passo. Non appena il gatto esprimeva la minima intenzione di andare verso quella che fino a un attimo prima era stata una temibilissima predatrice, la stessa scattava in una fuga nella direzione opposta, guaendo come se la stessero torturando. Una figuraccia.

Prima di adottarla, mi immaginavo distesa su un prato con gli amici a suonare o a prendere il sole mentre la nana giocava beata scorazzando con gli altri quadrupedi nei paraggi. Un’illusione. La realtà vedeva Vega delimitare un’ampia area circolare intorno alla nostra postazione di relax e guai a chiunque, a quattro zampe, provasse ad oltrepassarla. Deve esistere una legge precisa tra cani: anche i più temibili e enormi sembravano capire ed accettare la comunicazione di quell’esserino ridicolo che mostrava i denti sentendosi schnauzer sì, ma gigante. Di grande e piccola taglia, tutti comprendevano e si allontanavano mentre la mia fedelissima guardia del corpo rimaneva vigile e soddisfatta del suo lavoro.

Con i bipedi umani, invece, è sempre stata accogliente ed espansiva. Chiunque la invitasse a seguirlo, compresi gli operai che ristrutturavano il nostro appartamento, riceveva un entusiasmo irresistibile. E li seguiva, anche solo nel recuperare uno strumento dimenticato in auto. Per questi “prestiti” veloci ho collezionato una serie di sguardi di rispetto, sorpresa, ammirazione. Un piccolo patrimonio.

L’atteggiamento di chi non si sente cane raggiungeva livelli da accademia d’arte drammatica in numerose occasioni. Buona educazione acquisita e istintiva dignità le impedivano di accattonare cibo. Quando la cucina profumava di prelibate leccornie in preparazione (per Vega il pollo al primo indiscusso posto), la si vedeva quasi ipnotizzata nell’osservare la sua ciotola piena di croccantini. Tutto il corpo, testa compresa, era nella posizione di chi osserva il proprio cibo secco chiedendosi “ma perché a me tocca mangiare sempre questa roba e loro se la spassano col pollo?”. In realtà, uno sguardo più attento avrebbe rivelato che gli occhi, contrariamente al resto del cane, erano tutti rivolti da un lato a scrutare le nostre reazioni alla sua performance, sperando in un pezzetto di pollo per ricompensa.

Il vero Oscar per la migliore interpretazione, però, lo avrebbe meritato per il divano.

 

Le era tassativamente vietato salire sul letto e sui divani. Aveva mediamente a disposizione dalle tre alle cinque cucce per consentirle la giusta prospettiva e posizione a seconda delle circostanze. Sul letto, che io sappia, ha raramente contravvenuto alla regola, mentre il divieto di divano non l’ha mai completamente accettato. Le rare volte che non usciva con me, al rientro mi sentiva raggiungere l’ingresso di casa e, senza un suono, aprendo la porta mi ritrovavo il suo muso e iniziava la festa. Una Maestra di cerimonie e comitati di accoglienza. Quando non mi veniva incontro sapevo già perché. Si faceva trovare raggomitolata nella cuccia accanto al divano a comporre un’ellissi perfetta, con il muso infilato nella parte posteriore del corpo, fingendo di dormire. Sul divano una parte dei cuscini era appiattita e, poggiandovi una mano, ancora caldissima.

Nel quartiere la conoscevano tutti perché era solita aspettarmi all’ingresso del supermercato o del bar, guardando dall’alto in basso (niente male per uno shnauzer nano) i suoi apparenti simili con il guinzaglio legato ai ganci del dog-parking. All’uscita quasi mai la ritrovavo dove l’avevo lasciata perché correttamente esercitava la libertà di annusare intorno o di prendersi le coccole di chi usciva e si sprosciuttava in complimenti: “ma quanto sei educata, quanto sei brava! Magari il mio cane fosse come te!”. Poi, mentre le buste della spesa alla mia uscita venivano sottoposte all’ispezione accuratissima del suo tartufo nero, i complimenti e le domande venivano rivolte a me: “questa è la cagnetta che sale sullo scooter, vero? Ma l’ha fatta addestrare?”. Tante volte ho fatto mio l’aristocratico atteggiamento dell’oggetto di quei complimenti, rispondendo con nonchalance “ma no, ha fatto tutto lei” mentre mi allontanavo seguita dal mio “canéttopo”.

Infatti era proprio così. Nessuna forma di addestramento, a parte una banale educazione nei primi mesi fatta con giornale arrotolato e biscotto per cani per comunicare punizioni e premi. Nulla di più e senza neanche troppo sforzo da parte di entrambe.

Vega ed io ci siamo naturalmente fuse in un’armonia con ruoli ben definiti, nel rispetto delle reciproche esigenze. Senza parole, come le cose davvero importanti.

Quante volte mi è capitato di trovarmela all’improvviso accanto a leccare una mia lacrima. Fino a un secondo prima era lì, acciambellata in una delle sue innumerevoli cucce. Magari russando o sussurrando i suoi piccoli abbaini nel sonno coi sogni. Io nel letto o sul divano, i luoghi a lei vietati, attanagliata nella morsa di un dolore. Le lacrime non fanno rumore, ma, ripeto, Vega sentiva, Vega sapeva. E appariva nel momento giusto, quello che neanche io avrei saputo identificare.

Tra le avventure di Vega che molti ancora ricordano c’è quella dell’Autogrill. Quando ci penso ancora mi vergogno. Proprio qualche mese prima con gli amici musicisti avevamo composto per gioco una canzone che raccontava un mio ipotetico abbandono di Vega all’Autogrill. “Pigliatavill, ‘stu canill, v’o lascio all’Autogrill” recitava il ritornello a tre voci. Una immagine di Vega con alle spalle l’entrata dell’Autogrill era la foto di copertina del nostro album fatto in casa.

Ebbene, l’estate successiva il mio compagno ed io eravamo insieme a un’altra coppia di rientro a Roma da un week-end in Umbria. Ci fermammo al primo Autogrill all’altezza di Orte e Vega, come al solito, ci aspettò senza guinzaglio curiosando nelle piccole aiuole intorno all’ingresso. All’uscita ci distraemmo e salimmo in macchina. Soltanto 45 minuti dopo, ai primi cartelli indicanti il Grande Raccordo Anulare io, seduta al posto del passeggero, chiesi alla coppia seduta dietro: “Ma Vega dorme?”. “Vega non c’è, non sta seduta ai tuoi piedi?”. Da quel momento il mio ricordo è offuscato. Mi hanno riferito che come un automa iniziai a cercare lo scontrino del bar, senza trovare il numero ma identificandone il nome. Nel frattempo la guida del mio compagno, abitualmente morbida, si era fatta da corsa nell’imboccare la prima possibile inversione di marcia e sfrecciare verso Orte. Io proseguivo nella ricerca del numero telefonico dell’Autogrill e, quando finalmente lo ebbi in linea, esordii così: “Sono la proprietaria di un piccolo cane nero, potrebbe verificare che sia ancora li’ fuori? Non l’ho abbandonato, l’ho solo dimenticato!” (frase successivamente diventata un tormentone!). Dopo un tempo che mi parve infinito, la stessa voce mi comunicò: “Si, Signora. È qua fuori all’ombra, si fa coccolare da chi esce e resta seduta, ogni tanto sbirciando verso l’interno. La sta aspettando”. In quel tratto di strada a velocità supersonica nei miei ricordi c’era un silenzio agghiacciante interrotto dal mio pensiero: “E io ci ho scritto pure una canzone!”.

Dopo un’ora e mezzo, al nostro trafelato arrivo Vega ci salutò senza neanche troppo entusiasmo e salì sull’auto come se niente fosse.

Vega è cresciuta a croccantini, musica e libertà. Musica di ogni genere, ascoltata, suonata, cantata da me sotto la doccia o con altri in uno studio di registrazione. Ha assistito a concerti all’aperto di musica classica e rock, ha fatto parte di svariate band anche in qualità di strumento a percussione (quando ci si fa prendere dal ritmo…), ha assistito ai “concerti del silenzio” in acustico su un prato sotto la luna piena. Ha avuto una pazienza infinita nell’ascoltarmi ore ed ore al pianoforte alla ricerca di un accordo o nel suonare innumerevoli volte lo stesso pezzo.

Le prime settimane dopo la sua morte non riuscivo a stare a casa da sola. Sentivo il suo respiro, negli ultimi mesi oggetto principale della mia attenzione, visto che spesso perdeva i sensi per la malattia che procedeva inesorabile. A volte alzavo al massimo il volume dello stereo per non sentire. Allora scappavo, spesso ritrovandomi a fare l’abituale giro dell’isolato automaticamente, quando magari volevo solo attraversare la strada.

La prima sera che mi sono imposta di non fuggire da quell’assenza, mi sono seduta al piano e magicamente ho suonato una armonia tutta nuova, dall’inizio alla fine. Dopo qualche giro si sono naturalmente aggiunte le parole, anche se non so se riuscirò mai a cantarle senza piangere.

Vega, ora stella.

Non più nera, non più nana.

Gigante, il buio che lasci a me.

La coda ho perso insieme a te.