Secondo la grammatica italiana “albeggiare” è un verbo impersonale, cioè da usare senza un riferimento specifico ad una persona che ne sia il soggetto. Può, peraltro, essere usato sia con l’essere sia con l’avere. “Ha albeggiato” va bene, ma anche “è albeggiato” non è sbagliato, anche se con l’avere (qualcuno ha fatto qualcosa) sembra, curiosamente, meno impersonale dell’essere perché suona come se qualcosa sia successo da sola, per miracolo.

La Treccani stabilisce che “albeggiare” deve essere usato alla 3a persona singolare dei modi finiti e in tutti i modi indefiniti. La famosa enciclopedia, evidentemente,  è opera di Giovanni Treccani e non, purtroppo, dei meno famosi ed estroversi Ernesto (pittore) ed Elodie (attrice).

Di verbi impersonali ne esistono tanti. Sono impersonali quelli che formano una proposizione soggettiva tipo sembrare, accadere, bastare e dispiacere, e già l’ordine della Treccani mi fa pensare!  E’ sempre impersonale il verbo essere seguito da un aggettivo o un avverbio la cui unione dia vita (che bella espressione!), nuovamente, ad una proposizione soggettiva, come “è bene che ci sia una donna”.

Sono impersonali, anzi lo diventano, alcuni verbi che usati in forma passiva  indichino una forma di divieto o permesso (ad esempio, “è vietato avvicinarsi”). Tralasciando altri casi complicati, bisogna ricordare che qualunque verbo può diventare impersonale mettendoci vicino un “si”. A mio parere,  più che impersonale,  diventa una forma paracula, tipo quando, per superare l’imbarazzo della situazione, ci si esprime (impersonale) in terza persona e si dice (impersonale) “che si fa? Si tromba?”

Un’altra curiosità, o, forse, cosa da sapere bene, è che nei verbi impersonali, non avendo questi un soggetto di riferimento – altrimenti non sarebbero impersonali, la concordanza del participio passato resta al maschile (ad esempio, “si è parlato di te”), segnando un primato particolare: nella nostra lingua, quindi nella nostra cultura, quando non si sa chi è ad esprimersi, si sottintende che trattasi di maschio.

Albeggiare rientra di diritto nei verbi atmosferici, come piovere, nevicare, gelare, tramontare, imbrunire, lampeggiare e tuonare. Nel caso avessimo dubbi, li riconosciamo anche perché esprimono l’azione dell’oggetto di cui parliamo. Ma mentre pioggia, neve, gelo, tuono e lampo ci dicono poco e niente a livello “personale”, già tramonto si carica di qualche significato emotivo che può diventare intimo. Pensate, invece, all’alba.

Oltre ad essere un momento “celeste” un po’ meno decantato e celebrato del tramonto, dell’alba ce ne ricordiamo male quando dobbiamo svegliarci presto o dobbiamo tirar tardi, quando è il momento di accendere gli accendini ai concerti per colpa di Vasco e della sua Alba Chiara, quando è Capodanno o quando ci si alza presto per un’attività sportiva o ricreativa di qualche tipo (gite, caccia, pesca, trekking o quello che volete). Il tramonto è spesso usato per un appuntamento, l’alba per la fine di qualcosa (“accidentiè l’alba, devo scappare”).

Eppure con l’alba accadono mille cose straordinarie. Nasce un giorno. Rinasce la vita, e rinascere ha in sé un significato particolare, intimo, potente. Il sole tramonta spesso nella nostra vita, tanto è vero che viene usato in modo  offensivo: “sei al tramonto”. L’alba, mai.

Nessuno vi dirà che siete all’alba, nessuno saprà meglio di voi quando il sole ritorna a sorgere nella vostra vita. E’ qualcosa di speciale ed estremamente intimo, alla faccia degli improperi scanditi a causa della levataccia.  Per cui, in barba a Giovanni Treccani e ai verbi impersonali, Storieria vi invita a modificare il pensiero e la lingua, ripetendo: io albeggio, io albeggio, io albeggio!