A Napoli, al primo piano del complesso monumentale di San Domenico Maggiore, la sala del refettorio è un enorme ambiente rettangolare realizzato nel XVII secolo per ospitare su due lunghe tavole con sedile in piperno i pasti delle centinaia di frati che vivevano nel convento.

Dopo 350 anni, la stessa sala  è stata uno dei 150 e più palcoscenici di Piano City Napoli, la festa del pianoforte che ha fatto risuonare l’intera città per tre giorni. Il 4, il 5 e il 6 ottobre strade, musei, palazzi e abitazioni private hanno spalancato le porte alla musica del re degli strumenti e l’ex convento domenicano è stato la sede principale della manifestazione.

I luoghi cambiano con chi li popola.

Se la sera di domenica 6 ottobre qualcuno avesse origliato al di qua del grande portone di ingresso alla sala del refettorio avrebbe ipotizzato che fosse in corso una partita di boxe o di calcio, sicuramente un qualche tipo di combattimento, a giudicare dalle urla delle tifoserie inneggianti.

Era in corso la Piano Battle. Due gran coda uno di fronte all’altro. Due pianisti, Paul Cibis in nero e Andreas Kern in bianco. Più di 500 persone a votare con un cartoncino bianco o nero i vari round per permettere al vincitore di far avanzare il proprio strumento verso la linea del traguardo contrassegnata da un nastro colorato sul pavimento. Prima il virtuosismo, poi la dolcezza, poi un ping pong all’americana con i pianisti e 4 persone del pubblico a rincorrersi intorno ai due pianoforti, qualche nota e poi di nuovo di corsa, con mille mani a scandire il ritmo. Per finire, una straordinaria gara di improvvisazione sui suggerimenti del pubblico, Mozart che diventava Gershwin passando, da un pianoforte all’altro e poi insieme, per Beethoven e dopo trasformarsi in ‘O sole mio. Se le sono suonate alla grande, Kern e Cibis. Prima Chopin, Scriabin, Debussy, Schubert e poi l’esplosione della creatività: mentre scandiva il tempo con un piede, Kern percuoteva tasti, corde e cassa con le mani, poi con l’altro piede, con la guancia, fino ad arrampicarsi sopra e sotto lo Steinway gran coda, diventando strumento nello strumento. Cibis rispondeva con ribattuti, tuffi sotto il pianoforte e di nuovo sulla tastiera. Un crescendo di note, ritmi, libertà.

I frati domenicani che tra quelle pareti pranzavano una manciata di secoli prima non avrebbero mai potuto immaginarlo. E forse neanche i napoletani a passeggio nei decumani, qualche secolo o qualche ora prima di venerdì 4 ottobre. Difficile pensare a una città che si trasforma in  palcoscenico con il pianoforte protagonista in tre giorni e più di 150 concerti in contemporanea.

Storieria ha avuto il privilegio di vivere e raccontare il miracolo di una città vibrante e risuonante grazie all’energia di pochi che hanno creduto in un’idea folle.

Napoli, come sempre, ha accolto: spugna magica, ha assorbito, rilasciato e amplificato nella musica la propria bellezza, spogliandosi dall’imbarazzo e indossando la fierezza di un posto che non è un luogo comune. Non abbiamo le prove, ma siamo certi che anche il frate domenicano seduto sul piperno sarebbe d’accordo con noi.