Mi si scarica il cellulare e ho bisogno di fare una telefonata importante.
Per fortuna il numero che devo chiamare è tra i pochi, pochissimi, che ricordo a memoria.

Tra i miei propositi mai realizzati, infinite volte ho pensato di creare un file della rubrica telefonica da stampare e piegare a ventaglietto, come quelli che la mia generazione usava al liceo infilandoli a mo’ di cartucciera nella cinta e nelle mutande con le tracce già svolte dei temi che si ipotizzava uscissero (le avessi azzeccate una volta!).

Quindi, eccomi qui, nella capitale d’Italia, in cerca di una cabina telefonica.
Non ce ne sono più. Eppure, fino alla metà degli anni ’90, per molti era l’unico modo per comunicare il ritardo a un appuntamento, l’esito di un compito in classe, un pettegolezzo o un “ti amo”.
I telefoni servivano per telefonare.
E oggi, in un pomeriggio di inverno del 2013, se il cellulare è scarico non posso scattare foto, non posso inviare email, non posso giocare, non posso postare, non posso controllare Storieria.com, non posso usare la bussola (ma perché ci mettono pure la bussola?) e, soprattutto, non posso telefonare.

Il mio problema si è risolto con un sorriso a un passante a cui ho chiesto di usare il suo telefonino per la mia comunicazione urgente. Mi è andata bene, in cambio del mio sorriso ne ho avuto uno ancora più aperto, insieme al suo cellulare in prestito.
Terminata la mia telefonata, il proprietario del cellulare mi chiesto, con sguardo nostalgico: “te le ricordi tu, le cabine telefoniche?”.

Certo che le ricordo. E come tutte le cose che non ci sono più, tendo a cancellare gli aspetti negativi (le file al freddo, la conversazione interminabile di chi ci precedeva alla cornetta, le puzze, la sporcizia) per abbandonarmi ai ricordi: il suono dell’ultimo gettone ingoiato dal telefono, l’avviso acustico che lasciava tre secondi per dire l’ultima cosa importante, il riparo dalla pioggia, il romanticismo della situazione.  Il mio nuovo amico passante condivide.
Ricordiamo insieme il tempo in cui i genitori mettevano il lucchetto al telefono di casa e il mio interlocutore ascolta incredulo ciò che avveniva a casa mia. Nel culmine della guerra alla bolletta mia madre sostituì il classico telefono grigio a ghiera con i citofoni. Siccome, come è noto,  la necessità aguzza l’ingegno, mia sorella ed io sviluppammo uno straordinario talento nel comporre i numeri con il “pirulicchio” che si alzava per prendere la linea e si abbassava per chiudere la conversazione. Lo zero era il numero più complicato, bisognava alzarlo e abbassarlo dieci volte velocemente, poi piccola pausa e poi altre volte veloci per il numero seguente. Come quando si apprende uno sport e non lo si dimentica completamente, siamo ancora dotate di questo originale talento e mi chiedo se serva più o meno della bussola nei nuovi smartphone.

Qualche ora dopo, tornata alla tecnologia (rimesso il telefono in carica e riconnessami con il mondo) leggo nella rete che soltanto poche cabine italiane si salveranno dall’operazione di dismissione in corso da qualche anno: di sicuro quelle collocate negli ospedali, nelle caserme, in alcune scuole.
Ripenso ai gettoni, alle carte magnetiche della Sip. E, per una rara volta, mi scappa un “mannaggia all’aifòn”!